Technomovie, un altro pianeta - Guarda il trailer del film
“Avatar”, il nuovo modello industriale che cambia il cinema mondiale
Quando il 15 gennaio “Avatar” sarà arrivato nelle sale cinematografiche italiane, è verosimile che anche qui ci si affannerà ad aggiornare il record nazionale di incassi ai botteghini. Il resto del mondo, dove il nuovo film prodotto dalla Twentieth Century Fox è proiettato dalla metà di dicembre, nel frattempo si sarà ripreso dalla sbornia da Guinness dei primati e forse starà riflettendo su altro: “Avatar” è solo l’ennesimo giochino (di prestigio) dei maghi di Hollywood, o piuttosto il frutto di una rivoluzione dell’industria cinematografica?

“Ma a fronte di una spesa di produzione così imponente, la Fox si era tutelata anche prima di arrivare nelle sale – dice al Foglio Severino Salvemini, ordinario di Organizzazione aziendale all’Università Bocconi e uno dei massimi esperti italiani dell’industria cinematografica – coprendo gran parte dei rischi con la vendita anticipata dei diritti di sfruttamento ai distributori di tutto il mondo”. Solo così ci si è convinti che le spese preventivate non si sarebbero automaticamente trasformate in un buco senza fondo nei bilanci. Eppure il rischio d’impresa, come ogni nuova attività imprenditoriale che si rispetti, non è mai azzerato. D’altronde la via era stretta, se il risultato doveva essere – come ha detto entusiasta Jeffrey Katzenberg, Ceo dello studio di animazione Dreamworks Animation (al quale si deve la creazione di “Shrek” e “Madagascar”) – “la terza grande rivoluzione nella storia della cinematografia dopo quella del suono e del colore”. “Avatar” come il “Quarto Potere” della grafica tridimensionale (3D), insomma.
Un’idea che ronzava da anni nella testa del regista, che però la accantonò momentaneamente. Perché per uno abituato a mettere personalmente mano al make-up di Schwarzenegger in modo da rendere più realistiche le ferite sul volto di “Terminator”, il 3D nel 1994 non era ancora al passo (rapidissimo) della sua immaginazione. Ma la tecnologia avanza, e così nel 2005 Cameron la ritenne sufficientemente matura per ottenere il massimo dal cosiddetto “capturing image”, cioè la tecnica per trasferire le espressioni mimiche degli attori in carne e ossa sui metà-uomini-metà-felini protagonisti di “Avatar”. Fantasia e capitali, però, nel caso del technomovie della Fox, non sono tutto: il know how tecnologico necessario a innescare la rivoluzione 3D arriva dalla Nuova Zelanda, grazie a un agguerrito gruppo di “artisti digitali” – così si definiscono sul sito della loro società, “Weta Digital” – che negli ultimi anni hanno già ammaliato milioni di spettatori con gli effetti speciali del “Signore degli Anelli” e di “King Kong”.
“Avatar nasce alla frontiera tecnologica non solo per quanto riguarda la manifattura del prodotto, ma anche rispetto alla proiezione delle immagini di fronte al grande pubblico”, osserva Salvemini, “proprio oggi infatti aumentano nel mondo le sale cinematografiche che consentono allo spettatore di godere degli effetti 3D”. Il tempismo perfetto, dunque, è l’altro ingrediente di un modello di successo. Una dote che però non manca anche ai cosiddetti “pirati” della rete, che a una settimana dal debutto avevano già scaricato illegalmente un milione di copie di “Avatar”. Cameron però non sembra temere troppo la concorrenza sleale: “Si possono ‘piratare’ i film, ma non si possono riprodurre gli effetti tridimensionali, quindi un’esperienza 3D è irripetibile”. Neanche fosse, per l’appunto, una pièce teatrale. Così in queste ore anche le catene televisive americane lavorano per proporre partite di calcio e basket in 3D. A nemmeno tre settimane dal lancio di “Avatar”, la corsa al (nuovo) spazio già si fa affollata.